Perchè sbagliamo in pubblico? Quando la psicologia entra in pista.

sbagliamo in pubblico
Articolo a cura di Alessandra Pecunioso* & Christian Agrillo

A tutti i pattinatori è capitato, almeno una volta nella vita, di commettere un errore in apparenza sciocco durante una prestazione pubblica. Un errore che compromette un importante risultato e non fa giustizia dei sacrifici e delle ore di allenamento accumulato alle spalle; il classico: “nelle prove mi è sempre riuscito!”. La psicologia dello sport è piena di esempi di questo tipo al punto da aver coniato un’espressione specifica: “choking under pressure”, letteralmente “soffocarsi sotto pressione”.

Risalire alla causa di un errore in pubblico richiede un approccio scientifico complesso non molto diverso da una vera e propria indagine investigativa. La potremmo definire una ‘scienza degli errori’. Questo tipo di ricerca ci dice che innanzitutto l’errore in pubblico può essere frutto di un insufficiente studio del movimento da compiere, che può riflettere sia metodi di insegnamento e/o di apprendimento non completamente adatti, sia una scarsa motivazione dell’atleta. A questo, però, si somma un altro tipo di errore, quello legato ai limiti del nostro sistema neuro-cognitivo.

Quali sono i fattori mentali alla base del degrado della prestazione in pubblico di un pattinatore?

In primo luogo (e questo è piuttosto intuitivo), lo stato di eccitazione con cui si entra in pista è fondamentale. In accordo con la legge psicofisica individuata che prende il nome di “Yerkes-Dodson” (1908), un atleta troppo carico o troppo poco carico può incorrere in un degrado della prestazione. La prestazione ottimale in diversi compiti motori si raggiunge infatti quando i livelli di attivazione fisiologica degli atleti sono intermedi rispetto ai propri limiti minimi e massimi di attivazione (Figura 1).

Curva di Yerkes-Dodson Figura 1
Curva di Yerkes-Dodson _ Figura 1

Livelli massimi sono determinati dal sistema nervoso simpatico e comportano, come effetti collaterali, palpitazioni, sudorazioni e rigidità dei movimenti. Al contrario, livelli minimi di attivazione sono mediamente determinati dal sistema nervoso parasimpatico che invece è responsabile dello stato di riposo dell’organismo, una condizione subottimale per reagire prontamente alle stimolazioni richieste durante una competizione. Prendere consapevolezza della legge di Yerkes e Dodson può aiutare a sgomberare il campo da molti luoghi comuni sul “come” affrontare la discesa in pista: capita di sentire che è bene evitare caffeina o altre sostanze stimolanti (dal momento che l’evento pubblico è già in grado di per sé di attivare l’organismo), a vantaggio di altre che distendono l’organismo, come la camomilla. La verità è ben diversa: la scelta di ricorrere a sostanze attivanti o tranquillanti varia in base all’atleta: ad alcuni può giovare un tranquillante (se lo stato di attivazione prima di entrare in pista è già a livelli medio-alti), ad altri uno stimolante (se lo stato di attivazione è basso).

Anche la personalità dell’atleta è importante, dato che alcuni tratti di personalità sembrano correlare con migliori prestazioni in presenza di un pubblico. Chi è incline a ricercare forti sensazioni – ad esempio come il paracadutismo – è mediamente meno soggetto ad un degrado della prestazione in presenza di pubblico. Nel pattinaggio è stato studiato soprattutto il tratto narcisistico della personalità.

Un recente studio (Roberts e colleghi, 2013) ha documentato come la precisione di una prestazione pubblica possa variare in funzione del grado di narcisismo dell’atleta e del grado di importanza che l’evento riveste per il pattinatore. Tratti di personalità narcisistica sono associati ad una buona prestazione se la competizione è ritenuta importante per l’atleta; al contrario, quando l’evento viene ritenuto di poco conto sul piano del prestigio, si assiste ad un degrado della prestazione del narcisista durante l’esibizione.
Oltre al ruolo dell’attivazione psicofisica e della personalità dell’atleta, un altro fattore che gioca un ruolo chiave nella prestazione sportiva è dove si focalizza l’attenzione. Quando stiamo iniziando ad apprendere un passaggio o non lo padroneggiamo pienamente da poter dire di conoscerlo “a memoria”, abbiamo bisogno di porre attenzione sul suo compimento. Per tale motivo uno spostamento delle risorse attentive verso eventi esterni al movimento da eseguire può portare a commettere errori motori. In psicologia dello sport questa teoria viene comunemente definita “teoria della distrazione” (Didymus & Hill, 2011).

In una manifestazione sportiva un tipico esempio di eventi esterni potrebbe essere anche solo il pensare all’opinione che il pubblico o i giudici stanno sviluppando nei confronti del proprio operato, pensieri distanti dal gesto motorio che finirebbero per sottrarre risorse mentali necessarie allo svolgimento del compito. Quello che gli atleti definiscono comunemente “non essere presente in pista”.
Al contrario, quando eseguiamo un gesto consolidato ed ormai automatizzato – ad esempio, quando siamo chiamati ad eseguire il nostro “cavallo di battaglia” – prestare troppa attenzione alle componenti motorie da svolgere potrebbe risultare tutt’altro che vantaggioso.

Ciò che distingue un movimento in fase di apprendimento da uno automatico è il diverso coinvolgimento delle strutture cerebrali da cui sono controllati. Quando siamo nella fase di apprendimento di un gesto sono maggiormente coinvolte alcune aree della corteccia cerebrale, come ad esempio il lobo frontale importante per la pianificazione delle azioni e processi attentivi. Mano a mano che il gesto diventa sempre più consolidato, queste aree corticali sono sempre meno coinvolte a vantaggio di altre regioni che sottendono il controllo dei nostri movimenti appresi, quali il cervelletto e i gangli della base. Si potrebbe dire che il ‘pilota automatico’ del nostro organismo (quello ad esempio che ci permette di parlare senza prestare attenzione ai gesti coinvolti durante un passaggio di pattinaggio) è in buona parte coordinato da queste aree. Ecco che cercare, anche solo istintivamente, di fare troppa attenzione a gesti già consolidati nel tentativo di controllarli al meglio, diventa controproducente ed è causa di errori durante un’esibizione in pubblico. Così facendo, infatti, si toglie il controllo dalle strutture che ci permetteva di svolgerlo accuratamente a memoria, riattivando invece le strutture corticali che erano state importanti nelle prime fasi di apprendimento.

Il risultato è che la realizzazione del gesto è meno precisa rispetto a quella operata dal nostro ‘pilota automatico’, con la conseguenza di osservare errori in apparenza sciocchi rispetto al livello dell’atleta. Un po’ come il caso del millepiedi che inciampa nel momento in cui qualcuno gli chiede quale zampa stesse muovendo in quel momento! Questa teoria prende in nome di “teoria del monitoraggio volontario dei gesti” (Beilock & Carr, 2001).

Negli ultimi anni la psicologia dello sport ha cercato sempre più di approfondire queste componenti psicobiologiche che sembrano essere alla base di un errore in pubblico. C’è da auspicarsi che i risultati di queste ricerche possano ora essere trasmessi con maggior frequenza ad allenatori ed atleti, perché prendere consapevolezza di come funziona la mente umana sotto stress può aiutarci a trovare nella psiche un prezioso alleato piuttosto che un nemico in casa.

Per ulteriori informazioni e riferimenti bibliografici completi, si veda l’articolo:
* Pecunioso A. & Agrillo C. (2018). La psicologia scende in pista: perché i pattinatori sbagliano in pubblico? Scienza&Sport, vol. 37, pag. 82-87
*Contatti: ale.pecu@gmail.com
*Foto Stefano Albanesi

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