Il pattinaggio che vorrei, a cura di Riccardo Felicioni

Per una persona autonoma e anticonformista per scelta e per natura, abbiamo pensato ad un’intervista un po’…originale.

Ecco la prima domanda…

Il pattinaggio che vorrei, a cura di Riccardo Felicioni

La prima cosa che cambierei sono i club privati, le società private, che sono strutturate male perché troppo spesso non riescono, non hanno la forza, nonostante l’impegno, le capacità e la dedizione dei dirigenti, di reperire risorse e di contrattare con enti per ottenere ciò che ai ragazzi è necessario per poter praticare il pattinaggio in maniera dignitosa. Qui noi a Roma ad esempio non abbiamo nessuna pista comunale coperta e i costi sono altissimi quando andiamo nelle poche piste private. Per una società l’impiantistica non deve essere un problema; per le società con atleti di alto livello in particolare ci dovrebbero essere delle strutture che permettano di svolgere un lavoro continuativo nel tempo e dove si possa trovare tutto quanto necessario all’atleta: preparatore atletico per il lavoro generale e specifico, mental coach, fisioterapista, spazi/momenti dedicati a lavoro di danza e sulla musica e anche un punto dove i ragazzi possano appoggiarsi per studiare tra una pausa e l’altra. Questo permetterebbe anche alle famiglie di organizzarsi meglio e quindi magari di avvicinarsi con più tranquillità a questo sport è che è molto complesso.

Altro capitolo importantissimo: le giurie. I giudici a mio avviso dovrebbero essere, in media, più preparati, studiare di più, essere più lineari nell’applicazione di regolamenti o nel metodo di giudizio tra una gara e l’altra. Sarebbe auspicabile che il metro di giudizio, uguale in ogni gara fosse aderente all’andamento dell’atleta nella stagione in modo che anch’esso potesse avere riscontri di conferma in merito. Sarebbe anche importante che ci fosse maggior scambio e confronto organizzato tra giudici ed allenatori. Probabilmente l’evento di RollArt aiuterà sia noi che i giudici in tutti questi aspetti. Un giudice non può esserlo di professione ma deve essere comunque professionale in virtù della passione per questo sport, così come deve essere per ogni settore all’interno di questa disciplina.

Infine ci dovrebbero essere sistemi diversi di valutazione delle potenzialità di un atleta. Tutti abbiamo sempre detto che il pattinaggio è uno sport troppo duro nel senso che con 2 minuti, 4 minuti, ti giochi un anno di lavoro ed è vero però non si è mai fatto niente in merito. Qualcosa si potrebbe fare, bisognerebbe mettersi lì e capire qual è l’alternativa migliore se per esempio affiancare una performance come quella di oggi con delle gare di solo salti , oppure potrebbero essere fatte più gare in modo da capire se effettivamente il valore medio dell’atleta è quello rispetto magari ad essere incappato in una giornata particolarmente infelice o aver ottenuto la posizione sugli errori degli altri.

Altro punto nodale: la visibilità. Noi purtroppo siamo degli sconosciuti nonostante il pattinaggio, per nostra fortuna, non sia solamente uno sport tecnico ma anche spettacolo. Di conseguenza può non limitarsi semplicemente alle gare dilettantistiche. Il pattinaggio potrebbe e dovrebbe essere portato sulle piazze oppure nei teatri dove spesso vedo spettacoli proprio di basso rilievo. Sono certo che con alcuni atleti che abbiamo in Italia veramente capaci di trasmettere tanto, si potrebbero invece realizzare performance molto migliori. In questo modo il pattinaggio sarebbe conosciuto non solo come sport ma anche come arte, come è giusto che sia.

 

Averti come docente ai corsi di aggiornamento è stato veramente bello, illuminate e anche molto divertente. Come hai vissuto questa esperienza?

Quella vissuta al corso di aggiornamento come docente è stata davvero una bella esperienza. Mi ha dato una grande emozione raccontarvi tutto ciò che io ho sperimentato, inventato, testato e provato nel corso dei miei 35 anni di insegnamento.

La cosa che mi ha emozionato di più è che nel momento in cui raccontavo tutti i vari episodi e le mie esperienze le visualizzavo e poi contemporaneamente, con grande piacere, sentivo che i miei racconti potevano essere per voi degli insegnamenti da seguire. Ho avvertito la bellissima sensazione che i miei momenti vissuti talvolta anche con grande difficoltà diventassero un patrimonio utile ad altri e quindi da condividere e tramandare.

Credo quindi che questo sia stato molto utile sia per me che per voi perché avendo sperimentato le mie idee non solamente su un atleta ma su diversi atleti, nel momento in cui qualcuno di voi si dovesse trovare nelle mie stesse condizioni potrà avere più risorse a disposizione.

Posso con certezza dire che la cosa che più mi ha dato questo corso è la felicità di raccontarvi tutte le esperienze come se fossero proprio degli insegnamenti.

Permettici anche un paio di domande classiche: Dicci qualcosa della tua carriera professionale

La mia carriera di atleta è stata una carriera normale diciamo. Ho ho avuto la fortuna di essere arrivato in nazionale, di aver partecipato in alcune gare internazionali come coppa Europa che ho vinto, coppa Germania, campionati europei e del mondo.

Ma di tutto quello che ho fatto come atleta sono stato proprio contento perché ho fatto questo sport con tanta-tanta passione. Ho iniziato a 12 anni e sono riuscito nonostante tutto ad arrivare dove sono arrivato con tanti sacrifici che comunque ho fatto con molta gioia nel senso che non mi sono costati per niente perché era proprio quello che volevo. Ho lavorato tanto, mi allenavo tantissimo, proprio tanto tanto tanto tanto ma lo facevo con amore e tornerei indietro subito, immediatamente!  Quando ho smesso mi è mancata tantissimo la competizione e la ricercavo in tante altre stupidaggini anche una semplice partita a carte… Mi è mancato molto il confrontarmi con gli altri, la sfida ma anche il faticare, il lavorare tanto.

Per quanto riguarda invece la carriera di allenatore, ho sfidato tutti.

La famiglia era contraria e ancora oggi mia madre me ne dice di ogni colore.

Ho rinunciato a un posto in banca comodo e sicuro quando avevo 23 anni e a seguire, ad altri posti di lavoro, per coltivare la mia passione ed ero molto contento di tutto questo.

A distanza di tanti anni invece più volte mi sono chiesto se, tornando indietro lo rifarei.

Mentre per l’atleta sì, lo rifarei subito, per l’allenatore credo la risposta sia sì, ma ad alcune condizioni.

La necessità di impianti coperti per garantire un lavoro continuativo, la necessità di piste più grandi per le difficoltà che la tecnica, sviluppandosi, ha incrementato, l’impegno che richiede questa professione fatta ad altissimi livelli, sopportare, in modo più faticoso con l’età, gli allenamenti nella calura e afa estiva o con i quattro gradi d’inverno, le tante trasferte per cui diventa pesante anche fare ogni volta la valigia..

L’entusiasmo dei primi tempi e la forza della giovane età permettevano di sopperire alla mancanza di stabilità e di comfort che ti avrebbero permesso di non soffrire troppo d’inverno e di star bene d’estate. Con gli anni tutto diventa più pesante.

Tuttavia è un lavoro bellissimo perché ti consente di stare sempre all’avanguardia, di stare sempre a contatto con i giovani e di rinnovarti in continuazione; devi essere sempre in grado di stare al passo e questo ti aiuta anche nella vita tua personale.

Quindi tutto sommato diciamo si continuerei, continuo e non perché ormai non ho alternative ma perchè comunque non lascerei mai insomma questo lavoro. Diciamo che vorrei solo poter modificare alcune cose.

I tuoi atleti chi sono e cos’è la loro “pagella”?

I miei atleti sono ragazzi e ragazze che devono imparare alcune regole prima di lavorare con me. Le regole principali sono la puntualità sia per il valore organizzativo che di rispetto (per me trenta secondi sono ritardo e si resta fuori dalla pista), la sincerità, l’onestà, la passione e poi tanto lavoro e armarsi di tanta pazienza perché io non sono un tipo semplice in quanto il mio lavoro è molto dettagliato, puntiglioso.

Chi viene dal vivaio che io cresco impara piano piano queste modalità; è più difficile invece, per chi si trasferisce da altre società e che deve quindi affrontare un primo anno piuttosto impegnativo sia per imparare a conoscermi che per accettare e affrontare il tipo di lavoro e di regole che caratterizzano i miei allenamenti. Con chi arriva da me, ricomincio dalle basi, dai piccoli dettagli e faccio ripetere e ripetere e per gli atleti nuovi è una cosa pesante mentalmente, per cui inizialmente hanno sicuramente dei crolli, dei momenti in cui avranno dei ripensamenti però poi io parlo molto con loro e quindi cerco di incoraggiarli e poi pian piano iniziano a conoscermi e a fidarsi.

I miei atleti sono sono delle persone che devono trovare un feeling con me perché capisco non sia facile trovarsi davanti un allenatore tanto esigente e autorevole tuttavia scherzo molto con i ragazzi e piano piano iniziano a conoscermi quindi vedono anche il lato umano che poi alla fine è quello che li fa andare avanti. I miei atleti devono fidarsi di me perchè proprio non riesco a lavorare con persone che non si fidano di me e quando non c’è fiducia si interrompe tutto e spesso li mando via io.

Quello che chiedo ai miei atleti è la sincerità, la lealtà, l’onestà insomma di essere buoni, poi lo vedono in me e quindi si fidano ciecamente di me e si lasciano allenare.

Le pagelle Talvolta sono proprio state le pagelle a farmi perdere degli atleti perché purtroppo i genitori spesso non apprezzano l’onestà è la sincerità e di cui più volte ribadito il concetto.

Nel compilare le pagelle sono molto severo perché per me la pagella rispecchia il punto della situazione dell’anno e credo sia giusto che una famiglia che spende soldi, tempo e ha delle aspettative e magari che non è presente agli allenamenti sappia se il figlio lavora bene, se  segue, se sarà competitivo nei prossimi appuntamenti e lo stesso ragazzo si deve rendere conto se il lavoro va o non va in base ai programmi che ci eravamo posti all’inizio anno. Spesso la pagella da una scossa necessaria ai ragazzi che magari, in alcuni periodi dell’anno sono meno presenti mentalmente, distratti da cose extra pattinaggio, perchè leggendo nero su bianco, si trovano come davanti ad uno specchio e di conseguenza correggono il tiro. Capita spesso invece che la pagella non faccia questo effetto sulla famiglia e così finisce che come previsto nella pagella io non porti in gara un atleta che non ritengo pronto perchè non si è allenato e le famiglie alla fine spostano il ragazzo nelle società in cui comunque fanno gareggiare tutti per compiacere i genitori disposti a spendere fior di soldi a fronte di un figlio che non si impegna e che par quindi pattinare più per le ambizioni dei genitori che per la propria passione.

Per questo posso aggiungere che un mio atleta deve essere una persona che ha voglia di arrivare a raggiungere degli obiettivi e insieme a me deve lottare per arrivarci.

 

Infine, l’allenatore secondo R. Felicioni.

Questo è un capitolo lunghissimo e difficilissimo.

Al primo posto, tra le cose fondamentali per un allenatore metto la passione.
L’allenatore deve allenare per passione prima di ogni altra cosa nel senso che la passione è la cosa che veramente fa arrivare al successo se ovviamente ci sono delle capacità dell’atleta.

L’allenatore deve imparare a sacrificare se stesso prima di tutto pur sapendo che dagli atleti non otterrà nulla in cambio, anzi potrebbe essere che riceva semplicemente delle delusioni delle amarezze e anche dei tradimenti come spesso accade.

Poi ovviamente ci deve essere il carattere che deve essere un carattere forte, determinato, un carattere autorevole e allo stesso dotato di molta empatia. Un allenatore deve essere molto esigente, esigente al punto di essere anche fin troppo “duro” sotto certi aspetti.

Un allenatore non guarda solo il risultato finale di una gara ma il lavoro come si sta svolgendo e il lavoro in prospettiva futura, e questo non è facile, non è da tutti. Credo tutto questo non sia una cosa che si programma, è qualcosa che ti nasce da dentro.

Poi oggi più che mai, l’allenatore deve essere anche psicologo perché purtroppo esistono  situazioni familiari drammatiche e i ragazzi sono cambiati tantissimo rispetto ad un tempo, per cui spesso nella mia esperienza mi trovo a dover lottare per poter far capire alcune piccole cose che una volta invece avrei dovuto semplicemente correggere senza grande difficoltà.

Un allenatore deve anche essere necessariamente molto obiettivo in tutto e anche con i suoi atleti perché se non c’è questo è la fine. Deve essere molto critico verso i propri atleti e, riguardo a se, deve saper accettare critiche e consigli; selezionarli, valutarli e trasformare tutto questo in qualcosa di costruttivo. Deve sentire anche il parere del pubblico e anche quello dell l’ultimo arrivato e quindi lavorare sempre in funzione di migliorarsi e migliorare soprattutto il lavoro.

Spesso un allenatore deve anche essere la mente dell’atleta. Ci sono casi di atleti che  lavorano molto, che sono bravissimi, che però non hanno la capacità di seguire alla lettera alcuni programmi per cui in questi casi dico loro: tu dammi il fisico io sono la tua mente segui alla lettera quello che io ti dico e vedrai che riusciremo a fare qualcosa di buono.

L’allenatore deve essere in grado di saper gestire bene l’atleta nel senso di curarlo in tutti gli aspetti dall’abbigliamento all’acconciatura, alle coreografie, alla scelta delle musiche. L’allenatore deve anche insegnare a relazionarsi con gli altri, ovviamente mi riferisco ad atleti di un certo rilievo.

Molto importante è anche la capacità che l’allenatore deve avere di saper programmare il lavoro dividerlo in tappe, cercando di non anticipare, non arrivare in ritardo, tenendo conto anche delle difficoltà dovute agli infortuni rispetto agli appuntamenti importanti che aspettano l’atleta e questo è molto difficile perchè bisogna mettere da parte le aspettative, bisogna avere pazienza, coraggio, mettere da parte tante ambizioni e assicuro che non è semplice nel modo più assoluto.

Io purtroppo ho attraversato anche questo quando Silvia ebbe un brutto incidente di macchina, era già Campionessa d’Italia e ha dovuto aspettare un anno, operata d’urgenza eccetera eccetera. Poi quando ha avuto l’ernia del disco; due volte convocata ai Mondiali e due volte ha dovuto rinunciare all’ultimo momento. Sono situazioni difficilissime e bisogna essere molto bravi a saper gestire anche l’atleta in queste occasioni.

L’allenatore deve comprendere ed accettare i limiti dei propri atleti; a volte si vuole strafare e invece si sbaglia perché si creano delle pressioni da parte nostra verso gli atleti che si sentono gravati da responsabilità troppo grandi che non possono sostenere e che non  volendo deluderci poi non reggono e ne esce un gran pasticcio.

Dobbiamo cercare di capire che non possiamo da tutti ottenere per forza delle cose perché dobbiamo battere l’altro avversario, perché dobbiamo essere all’altezza. Bisogna sapere accettare i limiti dei propri atleti e renderli competitivi al massimo cercando di lavorare su altre cose e anche questo non è semplice, in particolare per allenatori molto competitivi. Molte altre cose deve saper fare e saper essere un allenatore ed è quanto ho descritto durante le lezioni al corso allenatori quindi non voglio in questa circostanza dilungarmi oltremodo ripetendomi.

 

Grazie Riccardo per la tua disponibilità, per aver condiviso con noi parte della tua intensa esperienza di allenatore e per averci fornito interessanti spunti di riflessione!

 

Buon lavoro!

 

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