Diario aperto: Jaume Pons allenatore, coreografo, artista. L’esperienza del corpo nel pattinaggio a rotelle.

La ricerca e i dettagli del nostro sport ci ha sempre affascinato, nel contesto di questa settimana della Coppa delle Nazioni, abbiamo voluto intervistare uno dei coreografi protagonisti del movimento dei gruppi show.
Un’intervista che speriamo sia d’ispirazione a tutti voi, buona lettura.
Quali ruoli ricopri ora e quali coreografie hai seguito dopo aver concluso la fantastica esperienza con San Celoni?

Certo è stata un’esperienza indimenticabile, una mezza vita. Non solo mi ha riempito di orgoglio e soddisfazione, ma anche di un grande piacere e amore per questo nostro sport-arte. Se nella mia infanzia mi avessero chiesto del mio futuro in questo sport, mai avrei potuto immaginare un esito tale, così gratificante a tutti i livelli, e non solo per i successi, ma forse di più per le strade percorse, in senso letterale e figurato, perché è stato un vero piacere conoscere quei luoghi e scoprire che tra tutte le persone ci sono amanti del pattinaggio come noi, e dall’altro lato perché con la nostra coreografia abbiamo potuto viaggiare attraverso paesaggi molto variopinti e insospettabili, alcuni per me di estrema bellezza ed emozione.

Finita l’esperienza (inutile dire che non la avverto come terminata, perché con alcuni elementi del gruppo ancora seguo lezioni di danza settimanalmente e continuiamo anche a pattinare insieme perché ci resta ancora un piccolo evento in sospeso) pensavo sarebbe iniziata una tappa di ‘riposo’ sicuro, sia fisico che emotivo, infatti seguire un gruppo di quel livello e creare le loro coreografie presuppone oltre ad un grande sforzo mentale e fisico, portarsi dietro annualmente la pressione della competizione, e non solo intendo soddisfare le esigenze dei giudici, ma anche le altre, le più importanti, quelle dello spettatore e soprattutto quelle di sé stessi.

Se nella mia infanzia mi avessero chiesto del mio futuro in questo sport, mai avrei potuto immaginare un esito tale…

Però così non è stato, quel riposo non è mai arrivato, infatti i giovani pattinatori di singolo crescono e vanno verso nuovi orizzonti, riempiendo di felicità anche quel tempo libero che mai è arrivato.

Attualmente sono allenatore delle categorie libero ed obbligatori sia nella società di Sant Celoni sia in quella di El Masnou, oltre che –come già sai- allenatore e co-coreografo del grande gruppo show insieme ad Anna Domènech. Inoltre ho coreografato alcuni pezzi di singolo per atleti catalani e puntualmente collaboro dando consigli ad altri gruppi show.

Lavori in gruppo? Con chi e con quali ruoli?

Fondamentalmente ho lavorato e lavoro in squadra. In San Celoni ho lavorato insieme a Vanessa Martin Craywinkel, insegnante di danza, colei che con le sue lezioni ci ha dato le ali e quella maestria che ha permesso a me e alla mia squadra di svilupparci a nostro piacimento, perché il coreografo crea, ma gli interpreti sono parte importante nella creazione, loro ti guidano con le loro abilità e le loro peculiarità con le quali puoi arrivare a volare.

Dall’altro lato, in El Masnou lavoro insieme ad Anna Domènech e Eva Yoldi (e altri che non appaiono molto ma che fanno lavori che non si vedono, però che fanno in modo che un gruppo sia in pista come è fuori). Con Anna, caspita!! Quante cose da dire!!

Con lei sono entrato nel mondo dell’arte, infatti è stata lei che mi ha spinto ad iniziare la mia formazione nella danza.

Ora si potrebbe dire che siamo un unico essere in pista: io so quello che lei desidera e come lo desidera e viceversa. Con lei ho imparato a volare con le mie stesse ali nel mondo della coreografia. In principio, in El Masnou –ormai 16 anni fa- io coreografavo il disegno, lo schema di gruppo e lei il movimento corporeo.

Come ho già detto, è stata lei che mi ha introdotto nel mondo della danza, nel quale ho imparato cosa significasse prendere lezioni e desiderare sempre più una formazione del corpo e della mente: questo ha aperto la porta alla mia immaginazione, così come lavorare con Anna, Vanessa e con altri coreografi del mondo della danza che ho conosciuto nella scuola dove ho studiato, coloro che mi hanno fatto partecipare –con e senza pattini- ad alcune loro coreografie, alcune premiate anche a in prestigiose competizioni a livello nazionale, partecipando alle quali si ha l’opportunità di vedere coreografie di qualsiasi tipo, anche estremamente interessanti.

Questa situazione ha incentivato la voglia di frequentare il teatro per vedere spettacoli di danza, e per il mio essere…, è stato un banchetto per la mia mente. In definitiva, come dice il personaggio Roy nel film Blade runner “ho visto cose che gli umani nemmeno immaginano…”

Da quel momento in avanti, sia Anna che io, abbiamo imparato a farci modellare l’un l’altro, il che, per me, rappresenta un vero piacere, un lusso, perché Anna è un regalo della vita, un esempio di rigore e vitalità in tutte le sue sfaccettature (fuori e dentro il lavoro), oltre che una amica di quelle più care. Con lei ho scoperto cosa significa dare coerenza a un programma che potrebbe essere il più insignificante o il più ovvio, perché nell’astratto del nostro montaggio sempre c’è un perché nascosto, anche se non è così visibile o evidente.

Eva è stata una scoperta recente. Senza di lei non avremmo potuto affrontare la sfida presente ‘’Body’s Dictatorship’’, perché questa richiede una buona forma fisica e il suo curriculum è eccellente come preparatrice atletica, oltre alla sua qualità umana incredibile.

Già in ‘’Tree trunk’’ si può notare quella solidità nell’esecuzione che conferisce alle coreografie l’ eccellente preparazione fisica.

La adoriamo.

Differenze nel lavorare con piccoli e grandi gruppi? E con i quartetti?

Secondo il mio modo di vedere, la differenza sta nella difficoltà di pattinaggio, nelle capacità tecniche che oggi si esigono più al pattinatore del piccolo gruppo che a quello del grande gruppo, per il fatto che il pattinatore del piccolo gruppo è più esposto all’occhio del giudice rispetto a quello del grande gruppo, però ancora meno rispetto a quello del quartetto.

Penso che nei grandi gruppi l’assenza di fili profondi, giri difficili o velocità non si avverta molto perché c’è molto lavoro di figurazione e alla velocità di esecuzione, cose presenti certamente, anche in piccoli gruppi e quartetti.

Inoltre, il pattinatore di quartetto deve essere anche un acrobata, un vero atleta in tutti gli aspetti, sia nelle abilità tecniche che in quelle artistiche, e se non è così, difficilmente riesce a riempire lo spazio e a trasmettere qualcosa allo spettatore.

Ciò nonostante, anche se il regolamento non premia nello stesso modo il lavoro di filo e le altre abilità tecniche dei piccoli e grandi gruppi, a me piace vederlo sviluppato anche in quest’ultimo. La considero una caratteristica di differenziazione del nostro sport, e per me è quella che lo rende realmente bello.

‘’La dictatura del cos’’: perché questo tema? Come mai hai voluto rappresentarlo in pista? Quali sono le scelte musicali?

Sia io che Anna siamo siamo sensibili al tema della bellezza della diversità, dell’esclusività; ogni corpo ha la sua bellezza  e non è piacevole, a nostro modo di vedere, sottomettere questo nostro corpo ad operazioni o trattamenti di qualsiasi tipo e comunque a qualsiasi cosa che infliggiamo al nostro corpo unicamente per “piacere” o seguire canoni sociali.

In qualche modo, in quello che “socialmente-culturalmente” in modo più diffuso, si considera il “corpo perfetto” si considera solo la parte estetica e inoltre i canoni sociali sono particolarmente duri con le donne, producendo mancanza di autostima; e questo è ciò che abbiamo provato a riprodurre in questa coreografia.

La coreografia è basata su quella costruzione di corpo unico che la società ci propone e su come l’individuo realmente la utilizza.

Perciò la coreografia è una astrazione di questa sottomissione e poi lotta e infine accettazione di un corpo bello così com’è, sviluppata in tre parti in cui si pattina su tre frammenti musicali di pezzi che per me sono gioielli della storia musicale:

-nella prima parte pattiniamo su un frammento del pezzo “Remains” di Algiers. In questo pezzo iniziamo con una figurazione composta da 3 mucchi di corpi sui quali si ergono 3 parti del corpo, un torso, delle braccia e delle gambe, che rappresentano i canoni di bellezza che la società impone all’individuo, il quale si dibatte tra sottomettersi o no, conservando la sua bellezza genuina.

-nella seconda parte, quella in cui pattiniamo “Goreki”, sviluppiamo questo dibattito interno, esponiamo il culto del corpo come una religione e il fatto che in realtà l’unica cosa che si necessita è cedere ed accettarci.

-nella parte finale, con l’”Amen” di Pergolesi, al ritmo della sua preziosa lirica “Quando corpus morietur” rappresentiamo la liberazione dell’individuo, la scoperta di altri modi di sentire il nostro vero ‘io’ e il benestare che ci faciliterà il ritrovamento dell’equilibrio tra corpo e mente. La iniziamo con un’astrazione della spina vertebrale del corpo che poi si divide in diversi gruppi che cercano quell’equilibrio e finiamo con la figurazione nella quale l’individuo risolve il suo dibattito interno optando per il corpo genuino che eleviamo su un ‘altare di corpi’.

Questa è la nostra interpretazione, che non è l’unica, e desideriamo che chiunque si faccia la propria guardando il programma.

L’estrema attenzione per i gesti e i movimenti ricchi, completi ed espressivi, sia nel corpo individuale che nell’insieme di tutti i corpi: da cosa prendi ispirazione? Come nascono?

Come ho già detto prima, abbiamo lavorato seguendo una piramide che ci ha dato le basi per l’elemento ‘danza’; questa base è stata costruita sia con la formazione avuta nelle lezioni di danza tenute da grandi professori di danza classica, di danza secondo lo stile Graham e quello Limon, e altre tecniche contemporanee come Release e Contact, sia visitando i teatri di Barcellona.

Questo bagaglio ci porta ad essere così minuziosi, ci fa vedere il pattinatore come un corpo articolato e scegliendo tra tutte le possibilità di movimento quella che ci conviene usare in ogni istante della coreografia per esprimere l’idea voluta.

Per ‘Body’s Dictatorship’ Avevamo chiaro che volevamo dare continuità all’idea di corpo, venivamo dall’esperienza di coreografare ‘Tree Trunk’ (‘corpo di albero’), e, dopo una sessione di brain-storming nella quale ci hanno invaso esperienze vissute da tutti, abbiamo pianificato una prima fase di montaggio nella quale ho improvvisato differenti sequenze di passi che mano a mano abbiamo modellato a posteriori e che ci hanno portato all’idea che ora conoscete.

In altre coreografie il processo è stato diverso; in questo caso  è stata l’improvvisazione delle sequenze di passi sul tema musicale che ci ha portati all’idea, ma c’è anche da dire che talvolta è l’osservazione di quello che vediamo che ci ha imposto l’idea, è quello che io chiamo ‘idea su commissione’, non si può scegliere, deve essere così per forza.

Danza classica, danza moderna, contemporanea, teatro: a cosa ti senti più vicino?

A tutte indifferentemente. Magari propenderei per i pezzi di danza post-moderna, nonostante io pensi che ogni epoca e ogni disciplina ha le sue grandi opere che non possono mancare nella nostra videoteca o nella nostra agenda, se abbiamo l’opportunità che giungano ai teatri tali rappresentazioni.

Ci sono rappresentazioni musicali che preferisci e da cui prendi spunto?

Mi piace la buona musica e questa la trovi in tutte le tendenze attuali e passate. “non mi sposo con chiunque…” se un pezzo musicale è buono, è indifferente da dove proviene.

 Che tipo di allenamento affrontano gli atleti che devono lavorare con voi?

I nostri pattinatori lavorano una media di 2-3 giorni a settimana, facendo lezioni di danza che segue Anna, una sessione di preparazione atletica seguita da Eva e due sessioni settimanali di allenamento con i pattini che a volte si trasforma in tre. Nella nostra società esigiamo almeno la conoscenza a livello basico delle modalità di pattinaggio obbligatorio e libero, che consideriamo obbligatorie fin dall’ingresso nella nostra società.

Abbiamo comunque accolto pattinatori con altra tipologia di formazione, come la solodance (chiaramente relazionata con figure obbligatorie) o altri con una formazione unicamente di libero ma che prima o poi devono famigliarizzare con l’uso dettagliato del pattino.

La mia opinione è che lo stile dei tuoi programmi è sempre intima, mi sembra di percepire sempre un’analisi e una profonda relazione tra musica e gesto, in un contesto coreografico che ovviamente pretende rappresentare il tema.

Questa caratteristica di profonda relazione sembra indicare che il tuo lavoro è più tendente a rappresentare una parte interiore inerente al tema piuttosto che a suscitare un clamore.

È realmente così? Se è così, qual è la motivazione?

La tua deduzione è corretta. Non è una decisione totalmente cosciente, però è accaduto così quasi sempre nei pezzi creati sia con Sant Celoni sia con El Masnou. Mi piace, ci piace quella esegesi delle opere d’arte in generale, di qualsiasi disciplina artistica siano, il fatto che ognuno di noi come spettatore possa interpretarle a suo modo ci affascina e per questo credo che ormai come abitudine elaboriamo le nostre coreografie a partire dall’astrazione dei temi e delle idee e non tanto attraverso la composizione più narrativa o letterale-illustrativa di questi.

Nonostante ciò non ci chiudiamo di fronte a niente, di fatto ricordo alcune delle nostre coreografie parecchio vicine a questi ultimi tipi di composizione.

Infine, non ci resta che ringraziarlti per questa intervista e per il tuo contributo unico, personale, sensibile e chiaro, per rendere il pattinaggio un posto meraviglioso, un luogo d’arte.

Grazie a voi di Skatingidea per il vostro interesse al nostro concetto di gruppo show, ma soprattutto per dare continuità con le vostre pubblicazioni riguardo ciò che accade dentro i palazzetti.

Un abbraccio. 🙂

INTERVISTA DI Ilaria Botturi

TRADUZIONE DOMANDE A CURA DI Roberto Budiño Fernandez

TRADUZIONE RISPOSTE A CURA DI Lara Cattabriga

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