Andrea Girotto è Campione del Mondo 2015: “Il pattinaggio è uno sport più pulito rispetto ad altri, perché chi lo fa, lo fa per passione.”

L’altra sera mi trovavo a Silea in provincia di Treviso, per un’esibizione. Sul depliant della serata c’era scritto un nome che mi ha colpito: Andrea Girotto.

Ora, se uno si interessa di pattinaggio, quel nome lo conosce sicuramente. Sa di che genere di campione stiamo parlando, uno dei più grandi, un dio dell’olimpo del pattinaggio. Nella nazionale italiana da dieci anni, mica briciole.

Biondo, capelli a spazzola, accenno di barba. Un ragazzo di ventitre anni come se ne vedono tanti. L’ho visto mentre si scaldava e se non avessi avuto l’assoluta certezza di chi fosse, non so se l’avrei riconosciuto. Sembrava emozionato. Come fa un grande campione, anzi, il campione mondiale ad essere emozionato per un’esibizione?

Ci ho pensato un po’ e sono giunto alla conclusione che era emozionato perché è un grande atleta. Ad un campione vero non interessa se entrando in pista gareggerà per il titolo del mondo o per la fiera di paese. Un grande campione vuole prima di tutto trasmettere emozioni e lasciare il segno in chi lo guarda. E credetemi quando vi dico che Andrea non pattina, Andrea vola. E volando trasmette quello che si vede nei suoi occhi quando parla del suo sport: passione.

Proprio per questo motivo mi ha incuriosito e ho voluto fargli qualche domanda.

 

Ciao Andrea, so che vivi a Musano, dove sei nato e ti alleni. Non ti viene mai voglia di cambiare un po’ aria?

Credo che quando c’è un clima sereno e positivo nel posto nel quale ci si allena non si va in cerca di un cambiamento. Io mi trovo bene, sono nato e cresciuto in quella società, il direttivo, gli allenatori e le allenatrici mi conoscono praticamente da quando ho cominciato, quindi si è instaurato anche un legame per il quale mi sento fortunato.

Un mese fa eravamo in Colombia. Dacci qualche impressione tua su questo paese.

Beh, sono realtà davvero distanti da quelle che siamo abituati a vedere noi tutti i giorni. Durante le competizioni, proprio per lo status di questo paese, eravamo molto limitati negli spostamenti e siamo riusciti a vedere davvero poco la città. Comunque la pista si trovava praticamente ai piedi di una favela e noi con il pullman ci passavamo davanti ogni giorno. Vedere certe cose, persone che vivono sotto delle lamiere o per strada, mi ha fatto capire che sono davvero fortunato. Non è la prima volta che vado in Colombia e ogni volta che torno mi sento appunto fortunato e inizio ad apprezzare le piccole cose che diamo per scontate ogni giorno ma che in realtà non lo sono per niente.12195940_1054491981242217_4435100567493441374_n

Volevo sapere un po’ le differenti emozioni che hai provato quando hai vinto il mondiale junior nel 2012 e invece il mondiale senior quest’anno. Immagino siano state esperienze diverse.

Sono state due esperienze completamente diverse. Quando ho vinto il mondiale junior ho attraversato un anno abbastanza difficile, perché ho avuto un problema al ginocchio. Ho dovuto superare un intervento delicato proprio nell’anno del Brasile. Mi sono operato a maggio, pur sapendo che i medici non mi avevano assicurato al 100% la buona riuscita dell’intervento. Però questa era l’unica strada possibile se volevo almeno provare ad affrontare il mondiale e vincerlo. Sono stati 4/5 mesi piuttosto difficili perché ero impegnato dalla mattina alla sera in terapie, riabilitazione, piscina e palestra. Essere riuscito a mettere i pattini e vincere è stata una emozione indescrivibile, una rivincita personale.

Quest’anno è stato diverso. Mentalmente sono maturato, ho attraversato alcuni momenti difficili da dopo il mondiale del Brasile. Un continuo crescere di situazioni poco positive soprattutto in gara a causa delle aspettative su di me che crescevano ad ogni competizione. Tutti si aspettavano un risultato e io ogni volta che entravo in pista mi bloccavo completamente. E più passava il tempo, più passavano gli anni e più questo peso aumentava. Quest’anno, la svolta c’è stata tra lo short e il lungo. Nello short c’era la solita situazione: entro in gara e tra me e me penso “dio devo vincere, devo vincere”, faccio la cavolata sul Rit, mi giro e sono terzo. Fortunatamente la finale era dopo due giorni, quindi ho avuto tempo per pensare. Sapevo di avere tanto distacco dal primo, perché comunque Lucaroni aveva un bel po’ di punti, quindi vincere era praticamente impossibile. A quel punto ho pensato “Quest’anno è andata così e mi voglio fare un regalo: tornare a casa sapendo di aver provato in tutti i modi a dare il massimo, ad eseguire un programma in gara allo stesso modo di come lo eseguivo in prova.” Grazie a questa riflessione, tutte le gravose aspettative e la tensione sono svanite, ero tranquillo e questa è stata la cosa bella. Sono riuscito a vincere ma in quel momento la vittoria, che comunque era il sogno di una vita, era quasi passata in secondo piano. Alla fine ero contento perché ero riuscito a fare tutto, ero riuscito a eseguire il programma che sognavo di fare da sempre. Il risultato c’è stato e son felicissimo però è una cosa che mi ha fatto riflettere.

Adesso che hai vinto questo oro, pensi di poter fare “meglio”?

Credo si sia chiuso un capitolo della mia vita sportiva e se ne sia aperto un altro. L’obbiettivo che avevo l’ho raggiunto. Ora voglio continuare a pattinare e provare le emozioni che ho provato in pista a Cali, perché veramente non le ero mai riuscito a provare. Il mio sogno è quello di continuare a gareggiare, ma per me stesso, non perché gli allenatori o le persone si aspettano da me un qualche risultato. Semplicemente pattinare perché è la cosa che amo da una vita e che amerò per sempre.12043124_1054491904575558_6347447794323163194_n

Dicci qualcosa sul rapporto che hai avuto con gli altri membri della nazionale.

Avere un rapporto con gli altri è importantissimo, soprattutto nelle trasferte così lunghe. Quest’anno la convocazione è durata due settimane e in questo lungo tempo dovevamo convivere. Fortunatamente i rapporti con gli allenatori sono ottimi e anche tra atleti lo sono. C’è uno spirito di solidarietà, ci troviamo tutti nella stessa barca e quindi si cerca di farsi forza l’uno con l’altro. Per esempio io ero in camera con Amadesi e pur essendo rivali in pista, fuori era un continuo spronarci uno con l’altro, anche perché pure lui dopo lo short era indietro in classifica. Quindi è fondamentale che la competizione sia solo dentro la pista e che fuori ci sia solo spirito positivo verso gli altri.

Mi piacerebbe conoscere qualcosa del tuo rapporto personale che hai con il tuo coreografo Sandro Guerra, se ti fa piacere.

Si mi fa piacere! Devo veramente tantissimo a lui perché da quando l’ho conosciuto (le prime coreografie me le ha fatte da quando sono senior, quindi dal 2012), si è creato subito un legame fortissimo, molto intenso, già dal primo allenamento. Io lo ricordo come un idolo, perché sono cresciuto con i suoi dischi, con le coreografie che montava alla Romano, a D’Alisera.. Quindi veramente trovarmi con lui, quando nella mia testa conoscevo tutti i passi di tutte le coreografie che aveva fatto, era veramente incredibile per me. E’ stato fondamentale perché mi ha fatto aprire molto, mi ha fatto parlare tanto. La cosa bella è che durante gli allenamenti non ci si limita solo a montare la coreografia, ma a volte ci si prende una pausa e si parla. Esce di tutto, lui cerca di tirarmi fuori cose che magari mi tengo dentro da anni. E tutto questo poi si ripercuote positivamente anche in pista.

A questo punto ho voluto aggiungere una domanda: Lo vedi più come un allenatore, un mentore o un amico? O per lo meno questa era l’idea. Sono riuscito a mala pena a pronunciare “lo vedi come” e Andrea ha subito esclamato:

Un amico. Non so, addirittura mi è anche capitato di andare a Trieste a trovarlo. Non dovevamo montare dischi, non c’erano gare in preparazione ma sono andato a fare un giro, parlare un po’. Poi mi sta molto vicino che durante le gare. Mette a disposizione di noi atleti anche la sua stessa esperienza. Tante volte un’allenatore fa fatica a comprendere come si può sentire un atleta perché non ci è passato. Lui con tutti i risultati che ha avuto, sa cosa si prova, le delusioni e le gioie che possono arrivare. E’ come parlare con qualcuno che ti capisce realmente. E questo è molto importante.1012678_10203197006553810_1351372200_n

Tu stesso sei allenatore. Immagino che oltre alla tecnica tu voglia trasmettere ai tuoi allievi qualcos altro. Che cosa?

Beh prima di tutto cerco di trasmettere la passione, perché in uno sport povero come il nostro, dove non sia un riscontro economico, la cosa che spinge a fare tutti i sacrifici che sono necessari e affrontare tutte le difficoltà è proprio la passione. Inoltre, cerco di trasmettere quello che provo io in pista; perché è vero che c’è il gesto tecnico, la trottola, il salto, però se si vuole fare la differenza si deve anche saper trasmettere qualcosa alle persone che guardano. Io penso che molte volte, per esempio quando facciamo questi spettacoli o esibizioni, non c’è realmente chi capisce cosa si sta facendo, se si fa un triplo intero, se si fa un doppio.. Uno spettatore vede più che altro quello che si trasmette, come ci si muove e quello che si cerca di interpretare. Per me è proprio questo che fa davvero la differenza, quindi è su questo che cerco di lavorare.

Se dovessi definire il nostro sport a qualcuno che non ne sa assolutamente nulla, a parte il termine “sport”, che altri attributi gli porresti?

In realtà definirlo “sport” è riduttivo, perché ci sono davvero tante componenti in questa attività. E’ un mix di attività fisica, arte, musica, interpretazione personale. Si potrebbe stare delle ore a tirare fuori degli aggettivi su come potrebbe essere questo sport. E’ molto completo e proprio per questo richiede tantissima preparazione per farlo a certi livelli.

Tu pattini ad alti livelli da molto tempo. Cosa pensi dell’evoluzione che ha avuto il nostro sport in questi anni?

Secondo me si è evoluto in bene e ancora ci sarebbero tantissime cose da migliorare per far crescere ulteriormente questo sport. La cosa che apprezzo di più è che un po’ alla volta si stia dando sempre più spazio all’interpretazione dei dischi, soprattutto nel singolo. Mentre una volta era tutto molto tecnico quindi erano quattro minuti di salti, salti ed ancora salti, ora si cerca di ridurre un po’ gli elementi tecnici a favore della coreografia. Anche con i nuovi regolamenti si è cercato di favorire il lavoro sui passi e sui fili e credo che poi questo si sia ripercosso positivamente sul lavoro in pista.andrea girato

E per la questione olimpiadi?

Beh oddio, siamo ancora in alto mare. Ma in realtà non ci penso molto, perché alla fine io sono contento di quello che faccio, non sento l’esigenza di dover competere ad un’olimpiade, anche se sarebbe un riconoscimento dal mondo dello sport e sarebbe sicuramente un’esperienza bellissima. Mi rendo conto comunque che siamo ancora molto lontani, anche perché se in Italia il pattinaggio è uno sport che sta crescendo e sviluppando, come anche in altri paesi del mondo, ci sono ancora molte altre nazioni in cui il nostro sport si deve sviluppare.

Pur essendoci questo sviluppo di cui tu giustamente parli, in Italia ancora non esiste la figura del pattinatore professionista. Come tu ben hai detto prima, pattinatori non hanno riscontri economici di alcun genere. La cosa non ti fa un po’ arrabbiare?

Io l’esempio ce l’avevo già a casa. Io partecipavo a campionati europei o mondiali, sapendo benissimo che avrei dovuto spesarmi, – per quanto ci siano gli sponsor che sono fondamentali e che mi vengono incontro con il materiale – e poi avevo mio fratello che andava a giocare a calcio due volte alla settimana e prendeva dei soldi dalla società. E dentro di me mi dicevo “Ma è possibile? Un minimo di equilibrio tra le due cose..”. Però mi rendo conto che oltretutto ora come ora, con i tempi che corrono, sia ancora più difficile trovare un supporto economico, sponsorizzazioni. Pensandoci è effettivamente ingiusto anche per la disparità che c’è fra gli sport olimpici e i non olimpici, dal momento che praticando uno sport olimpico si può ambire ad entrare nei corpi armati che aiutano gli atleti di alto livello. Quindi viene da pensare: i miei sacrifici sono uguali ai loro, perché loro si ed io no? Questo mi fa un po’ arrabbiare. D’altra parte è una condizione che c’è sempre stata, quindi già da piccolo sapevo che lo facevo perché mi piaceva.

La passione ripaga.

Si assolutamente. Anzi, grazie a questa condizione rimane uno sport più pulito rispetto ad altri, perché chi lo fa, lo fa per passione pura.

Domanda a bruciapelo: Andrea Girotto fra 10 anni.

Oddio.. è una domanda che non mi avevano mai fatto.. Non lo so, sicuramente credo smetterò di pattinare perché sarò anche “vecchio”. Una volta abbandonata la carriera sportiva come atleta mi piacerebbe comunque continuare a crescere come allenatore quindi proseguire restando nell’ambiente come allenatore.

 

A fine intervista, mentre stavamo parlottando, una signora ci interrompe. Ci chiede se vogliamo dei panini. “Andrea, vuoi un panino?”. Risponde di no, sorridendo.

Mi ha davvero stupito il rapporto che Andrea ha con gli altri. Non si sente superiore, non guarda gli altri dall’olimpo in cui si trova. E’ un ragazzo normale; mi da l’idea di una persona disponibile, amorevole con i suoi atleti e con le altre persone. Oltre che un grande campione, quella sera ho avuto il piacere di conoscere una gran bella persona.

Un’intervista di Matteo de Sabbata

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